Itinerario di visita

Sezione 3 - Quartieri superiori



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- Roccabruna
- Accademia
- Tempio di Apollo
- Odeon
- Inferi
- Grande Trapezio
- Mausoleo
- Tempio di Pluto
(i numeri nel testo si riferiscono alla piantina)


   


Il padiglione di Roccabruna. In origine era sormontata da un padiglione panoramico al piano superiore.
Alle spalle del Canopo si estende la zona più alta e isolata della Villa Adriana (non tutta aperta ai visitatori), in gran parte ancora di proprietà privata e solo di recente oggetto di ripulitura e consolidamento. Si tratta di una lunghissima spianata artificiale arginata da muri di contenimento lunghi oltre trecento metri, con contrafforti a pettine su tutto il lato ovest della Villa, che a nord terminava con la cosiddetta Roccabruna (n. 29) mentre a sud arrivava fino ai complessi dell'Accademia (n. 30-31) e dell'Odeon (n. 32).

L'unico edificio visitabile, recentemente restaurato dalla soprintendenza Archeologica del Lazio, è Roccabruna (n. 29), della quale rimane solo la parte inferiore, che in origine era sormontata da una rotonda panoramica con tempietto colonnato alla quale si poteva salire mediante la rampa che esiste ancor oggi. Roccabruna conserva una vasta sala interna circolare, un tempo riccamente pavimentata e rivestita di marmi, decorata da nicchie nelle quali dovevano trovar posto delle statue; nelle pareti si aprivano grandi finestre che permettevano di vedere il panorama circostante. Vi era inoltre una serie di ambienti accessori che giravano attorno all'aula centrale, e un sistema di scale e rampe che raccordavano i diversi livelli permettendo di salire al piano del Padiglione panoramico. I recenti lavori di restauro hanno messo in luce pavimenti musivi policromi; ben poco rimane invece degli

Il lato ovest della Spianata dell'Accademia e di Roccabruna era arginato da un muro di contenimento lungo oltre 300 metri.
originari pavimenti in opus sectile. Roccabruna aveva una funzione di 'Torre' analoga a quella del Padiglione di Tempe, e come quello era un punto di passaggio obbligato e sorvegliato per salire alla Spianata di Roccabruna e dell'Accademia, che su questo versante non prevedeva alcun altro accesso. A sud di Roccabruna si estende la vasta spianata omonima, lunga oltre 300 metri, che arriva fino all'Accademia (n. 30-31), ancor oggi proprietà di quella famiglia Bulgarini che vi costruiì un Casino e fece degli scavi a partire dal Seicento.
Il lato occidentale di questa spianata è tuttora arginato da un lunghissimo muro di contenimento con contrafforti a pettine disposti ad intervalli regolari. Anche in questo caso, come per la Terrazza di Tempe, si può parlare di vere e proprie 'mura', che proteggevano e rendevano inaccessibile questa parte della Villa.
La parte più settentrionale della spianata artificiale ha una larghezza minore, circa 35 m.; poi si allarga fino a raggiungere ben 110 m. in corrispondenza di un muro di contenimento disposto ad angolo retto rispetto al precedente. Nulla di preciso si sa di quest'area, che probabilmente era sistemata a giardino, anche se qualche studioso ha ipotizzato che servisse come riserva di caccia, sport di cui l'imperatore era appassionato.
A trecento metri da Roccabruna, all'estremità meridionale della spianata, sorge uno dei complessi più suggestivi e meno conosciuti della Villa Adriana, l'Accademia (n. 30-31).
La prima struttura che si incontra è quanto rimane di un Vestibolo o Padiglione d'ingresso di cui rimangono in piedi tre dei quattro pilastri originari, posti sopra un podio dotato di due scalette d'accesso che costituivano un filtro di sicurezza. I pilastri dovevano sostenere una copertura sulla quale i vari studiosi hanno opinioni contrastanti e qualcuno come Hansen ipotizza una cupola; vicino ad esso le piante di Contini e Piranesi riportano l'esistenza di una scala che saliva dal muro di contenimento e quindi dalla strada che lo costeggiava. In questo Padiglione furono rinvenute le statue dei Centauri di Aristeas e Papias oggi ai Musei Capitolini.

Uno dei quattro pilastri rimasti del Padiglione d'ingresso all'Accademia.

Tre ambienti dell'Accademia trasformati in fienile; in quello centrale si conservano resti del soffitto in stucco.

Dal Padiglione si entrava nel grande giardino interno dell'Accademia, circondato da un portico. I suoi alti muri perimetrali ne fanno un giardino chiuso, segreto, probabilmente per ripararlo dai venti, dato che si trova sulla sommità della collina. Ma sul lato orientale del giardino vi era un doppio portico (simile a quello del Pecile), uno interno ed uno esterno, accessibile mediante un'ampia apertura e affacciato su di una terrazza artificiale con vista panoramica. Sul lato settentrionale del portico interno sono invece conservati tre ambienti trasformati in un fienile sormontato da una torretta-colombario; in uno di essi rimane parte dell'originario soffitto in stucco.

Il cosiddetto Tempio di Apollo è una delle strutture meglio conservate dell'Accademia.
Sul lato orientale del portico è la struttura meglio conservata e più importante del complesso, il cosiddetto Tempio di Apollo (n. 31). Si tratta di una vastissima sala circolare, di oltre 12 m. di diametro, della quale è rimasta in piedi solo la metà. La parte inferiore era scandita da una serie di colonne in laterizio, sopra alle quali era un architrave. La parte superiore aveva finestre alternate a nicchie semicircolari; la maggior parte degli studiosi crede che fosse coperto da una cupola, ma non se ne vede alcun frammento sul terreno. Sul lato orientale del Tempio di Apollo si apriva un'alcova rettangolare, all'interno della quale fu rinvenuto il celebre mosaico delle Colombe, oggi al Museo Capitolino. Le pareti erano interamente rivestite di marmi, e conservano incassature rettangolari nelle quali erano probabilmente sistemati dei rilievi.
A sud del Tempio di Apollo è una vasta sala absidata detta Zooteca, nelle cui pareti si vedono grandi incassature per le travi della copertura di un portico che circondava un giardino interno, al centro dell'abside si apriva una porta che immetteva in un piccolo ambiente che costituiva uno dei tanti accessi dissimulati della Villa. Questa sala faceva parte di un percorso assiale nord-sud che partiva dalla Spianata dell'Accademia per terminare in un piccolo ambiente sull'estremità opposta del complesso.

Veduta delle sostruzioni con criptoportico sotto al lato orientale dell'Accademia.

Il vasto ambiente absidato detto Zooteca, adiacente al Tempio di Apollo.

Le piante di Contini, Piranesi, Winnefeld e Salza Prina Ricotti riportano tutte, a sud del portico dell'Accademia, una serie di strutture oggi non più visibili perché rase al suolo oppure incorporate in un Casale e nel Casino fatto costruire dai Bulgarini. Secondo Piranesi in quest'area dovevano esservi impianti termali. La spianata dell'Accademia era arginata da muri di contenimento anche sul lato orientale. Tali muri, occultati dalla vegetazione, passavano obliquamente alle spalle del Canopo fino a raggiungere le strutture del Tempio di Apollo (n. 31) sotto alle quali si trasformavano in un criptoportico, accessibile da una area pianeggiante su di un livello più basso, posta fra Accademia e gli Inferi (n. 33). Le piante antiche (Piranesi) indicano la presenza di passaggi sotterranei anche sotto al portico centrale dell'Accademia.

L'ambulacro dell'Odeon, il teatro vicino all'Accademia.


Veduta del muro di fronte scena del teatro dell'Odeon.
Più oltre sono i resti dell'Odeon (n. 32), il teatro nel quale si svolsero i più antichi scavi di cui abbiamo notizia, durante i quali si rinvennero le statue di Muse sedute oggi al Museo del Prado di Madrid. Dell'Odeon è visibile ed accessibile solo l'ambulacro che corre dietro al fronte scena, pavimentato con grossolano mosaico bianco.
Facendosi largo fra i rami si vedono anche, sul lato opposto, i muri del fronte scena, mentre la cavea è completamente interrata e resa invisibile da un vero e proprio bosco di arbusti.
Una serie di gallerie sotterranee metteva l'Odeon in diretta comunicazione con uno degli edifici più singolari e meno conosciuti della Villa, il Ninfeo detto degli Inferi (n. 33).
Si tratta di una ex-cava di tufo, che ha creato una valletta artificiale decorata da un canale per l'acqua con due bacini circolari, a malapena intuibili nella vegetazione; all'estremità sud è una grotta scavata nel tufo, con un cunicolo centrale da cui sgorgava l'acqua. Le pareti di tufo della grotta sono state

Veduta degli Inferi nello stato attuale: in fondo si intravvede la grotta.
scalpellate in modo da simulare la roccia, ed in parte rivestite con 'tartari' di travertino, che imitavano le stalattiti delle grotte stesse.

La grotta degli Inferi, con il cunicolo centrale da cui sgorgava l'acqua. La roccia era lavorata in modo da simulare una grotta naturale ed in parte rivestita da finte stalattiti in travertino ('tartari').

Ai due lati di questa grotta due aperture davano accesso al sistema di vie sotterranee che arrivava sia all'Odeon che al cosiddetto Grande Trapezio (n. 34).
Il Grande Trapezio (n. 34), la cui esistenza è nota già dalle piante di Contini e Piranesi, è un incredibile percorso di gallerie sotterranee scavate nel tufo ed illuminate da 'oculi', cioè da pozzi di luce circolari scavati nel banco roccioso. Si estende per oltre 4 chilometri, ha la forma di un trapezio (da cui il nome), e dal suo lato nord parte una lunga strada sotterranea che costeggia gli Inferi e prosegue fino a raccordarsi con quella proveniente da Piazza d'Oro. Queste gallerie ovviamente non sono aperte al pubblico e sono piuttosto difficili e pericolose da esplorare.

La Galleria nord del Grande Trapezio.
Il Grande Trapezio viene interpretato come grande via carrabile sotterranea, destinata al traffico dei carri che portavano gli approvigionamenti alla Villa Adriana. La Salza Prina Ricotti ha addirittura ipotizzato che in una di queste gallerie, dotata di una serie di rientranze, servisse da stalla sotterranea per i cavalli e i muli; in realtà la struttura 'a pettine' è quella tipica dei cuniculi di drenaggio sotterranei, ampiamente diffusi in area laziale ed etrusca, probabilmente collegati alla villa repubblicana incorporata dalle costruzioni adrianee di cui si è detto.
Recentemente Pinto e MacDonald 1995 hanno sottolineato il collegamento del Grande Trapezio con l'Odeon e la grotta degli Inferi per ipotizzare che questo percorso sotterraneo, assolutamente unico nel suo genere, avesse un significato simbolico, legato ai culti dell'aldilà e in particolare a culti ctonii come i Misteri Eleusini – dei quali peraltro si conosce assai poco. E' una ipotesi molto suggestiva, rafforzata dalla presenza del teatro, in cui spesso si tenevano celebrazioni simboliche.

Il Mausoleo libero dalla vegetazione in una incisione ottocentesca di Penna.
Il Mausoleo (n. 35) è attualmente interrato e coperto da una macchia di vegetazione che rende arduo distinguerlo. Possediamo però le incisioni di Penna (1836) che ne riporta fedelmente l'aspetto. L'interpretazione come Mausoleo funerario è quella tradizionale, ma Pinto e MacDonald hanno ipotizzato non a torto che, data la sua forma chiusa e parzialmente interrata, servisse invece come Neviera, cioè deposito per la neve.
Il recente scavo del prof. Patrizio Pensabene ha rinvenuto frammenti di marmi architettonici e pavimenti in opus sectile. Si è quindi compreso che questo edificio non era né un Mausoleo né tantomeno un deposito per la neve, ma piuttosto un tempietto circolare.

Poco distante sorge il cosiddetto Tempio di Pluto (n. 36), un complesso di cui non si sa quasi nulla, in precario stato di conservazione. Le piante riportano un edificio di forma rettangolare con un'abside su uno dei lati lunghi. Sul posto si vedono parti di mosaico e di pavimenti in opus sectile, e pochi resti murari.


Nella proprietà Bulgarini sono ancora visibili le rovine dell'acquedotto che alimentava i giochi d'acqua della Villa.
Sempre nell'area della proprietà Bulgarini si conservano scarsi resti occultati da abbondante vegetazione di un acquedotto (non indicati in pianta). La Villa Adriana aveva un andamento generale delle pendenze da sud a nord, quindi è evidente che l'alimentazione idrica proveniva da sud e dall'alto. Questo acquedotto, che una incisione di Penna ci mostra ancora ben conservato nei primi decenni dell'Ottocento, doveva senz'altro collegarsi con uno dei grandi acquedotti pubblici che prelevavano acqua dall'Aniene a Tivoli per portarla a Roma.

L'acquedotto dell'Accademia in una incisione ottocentesca di Penna che documenta uno stato di conservazione assai migliore.

Per completezza, infine, citeremo i resti di un doppio portico recentemente esplorato dal prof. Jorg Hansen con l'Accademia di Danimarca, ed altri ruderi detti di S. Stefano (non indicati in pianta) che probabilmente appartenevano ad un'altra Villa .


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