Vespasiano esaltò le proprie umili origini come un punto di forza, aprendo la strada a nuovi imperatori che verranno eletti al di fuori dell'Italia, acclamati dall'esercito oppure dai pretoriani.
Abbandonò ogni ipocrisia, e decise di riformare il principato su base monarchica, scegliendo come propri successori i figli Tito e Domiziano, che effettivamente regnarono dopo di lui.
Con la Lex de imperio Vespasiani pose fine alla legittimazione divina del potere della dinastia Giulio-Claudia. Lui, i suoi figli e gli imperatori successivi ebbero invece una legittimazione giuridica, sia a Roma che nel resto dell’impero perché al princeps vennero conferite cariche che gli davano un potere assoluto.
A Roma era la Tribunicia potestas, con la quale il princeps poteva bloccare qualsiasi iniziativa che non gli fosse gradita e formalmente andasse contro gli interessi della plebe.
Nel resto dell’impero il princeps riceveva l’Imperium proconsolaris maius et infinitum, che gli dava potere assoluto politico e militare su tutte le province dell’impero, ponendolo al di sopra dei vari proconsoli provinciali.
Per consolidare il proprio potere, Vespasiano seguì l’esempio di Augusto: fu molto diplomatico e cercò di ingraziarsi il Senato, i Comizi centuriati, le magistrature ed i sacerdozi. Ma all’atto pratico lasciò loro poteri puramente simbolici, accentrando quelli reali nelle mani del princeps, avvalendosi di consiglieri di provata esperienza.
Svetonio naturalmente parteggiava per il vecchio sistema di potere aristocratico, e criticò ferocemente quei consiglieri: «Condusse alle cariche più alte i più rapaci procuratori, per poi condannarli quando si fossero arricchiti... Si serviva di questi come di spugne: quando erano asciutti li inzuppava, quando erano bagnati li spremeva».
Dopo gli eccessi di Caligola e soprattutto di Nerone, Vespasiano doveva risanare le finanze dello stato, che in grandissima parte dipendevano dai tributi pagati dalle province. Dato che suo padre era stato esattore, Vespasiano sapeva bene che non si doveva esagerare coi tributi e le tasse, come già aveva osservato Tiberio prima di lui: «il pastore deve tosare le pecore e non scuoiarle».
Prima di imporre nuove tasse fece un censimento generale dei beni demaniali e delle terre dei municipi per avere un quadro chiaro della situazione. Promosse una serie di riforme amministrative, ad esempio stabilì che gli usurai non potessero rivalersi sui figli dei loro debitori. Il problema dell’usura – largamente praticata dagli aristocratici romani – era già stato affrontato da Tiberio con scarso successo.
Ridusse le pubbliche distribuzioni al popolo e ai poveri. Impose nuove tasse, inclusa quella sull’urina che i tintori prendevano dai bagni pubblici (ancor oggi li chiamano vespasiani); egli la impose dicendo «pecunia non olet», cioè il denaro non puzza.
Per dare il buon esempio, ridusse le spese della Casa imperiale e il numero delle feste e dei giochi pubblici. Ma invece di riconoscere che era oculato, Svetonio e Tacito accusarono Vespasiano di essere gretto ed avaro.
Si occupò anche dell’esercito, che era uno dei pilastri del potere romano. Nominò il figlio Tito a capo dei Pretoriani e ne ridusse il numero. Aumentò il numero delle legioni creandone alcune nuove. Fortificò le linee di difesa e gli accampamenti dei legionari nelle zone di confine più critiche, cioè i confini sul Reno e lungo il Danubio, e in Britannia conquistò la Scozia meridionale.
Dal punto di vista militare il maggior impegno fu profuso nella Guerra giudaica per domare la rivolta che era iniziata sotto Nerone nel 66 d.C. durò diversi anni e terminò nel 70 d.C. con la conquista e distruzione di Gerusalemme ad opera di suo figlio Tito, il cui trionfo è raffigurato in un rilievo dell'Arco di Tito.