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I CINQUE IMPERATORI BUONI DELL'ANTICA ROMA

Sono Nerva, Traiano, Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio, che regnarono dal 98 al 180 d.C., nel periodo che segnò l’apogeo dell’impero romano per l’estensione territoriale, la prosperità economica, le arti e l’architettura.

Il primo a definirli «imperatori buoni» fu Nicolò Machiavelli nei “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio“, scritti all’inizio del Cinquecento: «Tutti gli imperadori che succederono all'imperio per eredità, eccetto Tito, furono cattivi; quelli che [che succederono] per adozione, furono tutti buoni, come furono quei cinque da Nerva a Marco Aurelio…».

A fine Settecento Eduard Gibbon nella sua “Storia della decadenza e rovina dell'Impero Romano“ scrisse addirittura che «se si dovesse indicare il periodo della storia mondiale in cui la condizione del genere umano è stata più felice e prospera, si indicherebbe, senza esitazione, quello compreso tra la morte di Domiziano e l'ascesa al trono di Commodo».

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Ma come in tutte le vicende storiche, bisogna esaminare criticamente le interpretazioni della storiografia moderna ed anche le fonti antiche, che non erano certamente imparziali. 
Gli ottant’anni dei cinque imperatori buoni furono caratterizzati da una certa stabilità e prosperità economica, ma vi furono anche aspetti negativi.

Innanzitutto quei cinque imperatori furono uomini di potere duri e determinati, che quel potere avevano cercato e mantenuto con ogni mezzo, superando ostilità, tradimenti e congiure. Il potere dell’imperatore pur essendo assoluto dipendeva dalla sua capacità di ingraziarsi il Senato e l’aristocrazia, l’esercito e la classe equestre e (buon ultimo) il popolo. In caso contrario, rischiava di fare la stessa fine di Giulio Cesare, di Nerone o di Caracalla.

In epoca imperiale fin dal tempo di Augusto si era presentato il problema di garantire una successione al potere stabile e duratura, per evitare nuove dittature o guerre civili. Il vero nocciolo della questione fu sempre la lotta di potere fra Senato ed esercito: aristocratici e militari volevano scegliere loro l’imperatore, affinché facesse il loro interessi, che naturalmente erano contrapposti. 

Augusto stesso dovette inchinarsi al potere del Senato proclamandosi «primus inter pares» per dissimulare quella che nei fatti sarebbe divenuta una monarchia ereditaria. Non avendo figli maschi, optò per l’adozione e scelse Tiberio imponendogli a sua volta di adottare il nipote Germanico. Grazie al sistema dell’adozione il potere rimase sempre nell’ambito della dinastia Giulio-Claudia, fino a Nerone.

Nel 69 d.C., dopo la morte di Nerone e la contesa fra Galba, Otone e Vitellio coi rispettivi eserciti, salì al trono Vespasiano, che ripristinò la successione ereditaria nominando i due figli Tito e Domiziano. Quest’ultimo accentrò il potere nelle sue mani riducendo progressivamente quello del Senato e infatti Tacito, Svetonio (che erano senatori) e Plinio il giovane (che scrisse il Panegirico di Traiano per esaltarne le virtù) lo descrivono come un tiranno sanguinario ed un mostro depravato.
Domiziano e Nerone ultimamente sono stati in parte «riabilitati» dalla storiografia moderna, superando il pregiudizio millenario della loro damnatio memoriae.

Ma veniamo ora ai cinque imperatori buoni.
Il primo fu Nerva (Marcus Cocceius Nerva), che regnò solamente due anni, dal 96 al 98 d.C. Suo fratello aveva sposato una pronipote di Tiberio, quindi era imparentato con la dinastia Giulio-Claudia, cosa che legittimava formalmente la sua nomina. Nerva riportò la concordia nell’impero ristabilendo buoni rapporti con il Senato. Con lui ebbe inizio la dinastia degli Antonini; non avendo figli ricorse nuovamente al sistema dell’adozione, scegliendo Traiano, valente generale che era particolarmente gradito all’esercito.

Il secondo fu Traiano (Marcus Ulpius Nerva Traianus), l’imperatore guerriero, che regnò dal 98 al 117 d.C. Portò l’impero romano alla sua massima espansione territoriale, conquistando la Dacia per impadronirsi delle sue immense ricchezze che finanziarono grandi opere pubbliche. Non avendo figli, in punto di morte adottò Adriano, col quale era imparentato perché sposato con Vibia Sabina, pronipote di Traiano.

Il terzo fu Adriano (Publius Aelius Traianus Hadrianus) che regnò dal 117 al 138 d.C. Per consolidare e difendere i confini dalle incursioni barbariche decise di abbandonare alcuni territori. Viaggiò per tutto l’impero per vedere di persona in che modo venisse amministrato e gestito. Amante delle arti e dell’architettura ci ha lasciato alcuni dei più grandiosi monumenti dell’antichità romana. Non avendo figli, adottò Antonino Pio, imponendogli a sua volta di adottare i nipoti Marco Aurelio e Lucio Vero.

Il quarto fu Antonino Pio (Titus Aurelius Fulvus Boionus Arrius Antoninus), che regnò dal 138 al 161 d.C. e rimase sempre a Roma. In quel periodo l’impero godette di una buon stabilità economica all’insegna della pace e della stabilità, con importanti riforme amministrative che completarono quelle di Adriano.

Il quinto ed ultimo fu Marco Aurelio (Marcus Aurelius Antoninus Augustus), che regnò dal 161 al 180 d.C. Fu l’imperatore filosofo, governò con saggezza e giustizia ma dovette affrontare epidemie di peste e guerre per difendere i confini sempre più insicuri.
Con l’ascesa al trono di suo figlio Commodo, che regnò dal 180 al 193 d.C., ebbe termine la dinastia degli Antonini. Iniziò un periodo di crisi economica, causata da guerre, invasioni barbariche, peste e successione al potere. Problemi endemici dell’impero che con la fine della dinastia dei Severi nel 235 d.C. culmineranno nella Crisi del Terzo Secolo o Anarchia Militare.

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